Diesel Wall, il muro che unisce
25 novembre 2005
Varietà di stili e iconoclastia espressiva caratterizzano da sempre il modo di fare comunicazione di Diesel nel mondo. L’azienda promuove un’immagine che si distingue per il gusto eclettico nel vestire, che partecipa al processo di diffusione della cultura giovanile ed è spinta da una continua forza espressiva innovatrice. Voglia di stupire,
capovolgimento della realtà, immagini ludiche e trasgressive sono solo alcune delle componenti, ma è nel prodotto stesso che Diesel trova lo strumento fondamentale ed il primo vero veicolo per comunicare in modo efficace. “Facciamo solo quello che ci piace”, semplice utopia o filosofia aziendale vincente? Il caso dell’azienda veneta sembra trovare scioglimento al quesito proprio nella libertà di esprimersi e nell’aver individuato i canali e le forme espressive più adatte per rivolgersi ai giovani.
Dal 1991, durante l’elaborazione della prima strategia di marketing e con l’uscita della prima campagna pubblicitaria, il mondo viene pensato come una macro-cultura senza confini, lingua o razza. Ed è da quello stesso mondo che Diesel attinge, trae ispirazione e stimoli e da cui proviene la linfa vitale in grado di rinnovare costantemente i messaggi e le immagini di ogni stagione.
L’obiettivo non è mai stato quello di imporre a tutti i costi il proprio prodotto ad un target ben definito, ma di creare, anno dopo anno, le basi su cui definire e costruire i caratteri della cultura giovanile.
A questo proposito l’azienda ha pensato ad un muro, situato fisicamente in zona Ticinese a Milano, che rappresenta l’espressione più creativa e di utilizzo comune, ed è la summa di tutte le azioni di comunicazione pensabili per un pubblico di riferimento giovane. Attraverso il Diesel Wall è possibile dialogare con le persone e i luoghi e la sua facciata diviene elemento fondamentale per aggregare, coinvolgere, farsi promotori di un sogno, un sentimento, un’idea.
Ancora una volta, in maniera sagace ed intelligente, Diesel demistifica un concetto, quello di muro, simbolo di oppressione, divisione, spaccatura, limite e lo reinventa, portandolo ad assurgere al ruolo di elemento vitalità, scambio sociale e culturale. Ogni stagione il muro rinnova le proprie sembianze attraverso un concorso rivolto a tutti coloro che vogliano sperimentare e mettere alla prova la propria creatività, credendo, semplicemente, in ciò che più a loro piace, proprio come Diesel.
L’arte non ha prezzo II
24 novembre 2005
Sempre per la serie “L’arte non ha prezzo” c’è da segnalare che nell’asta di Sotheby’s a Milano la discussa opera di Piero Manzoni intitolata ”Merda d’Artista n.67” è stata venduta per 60 mila euro ad un anonimo collezionista.
La scatoletta di latta (cm 4,8×6, “contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961″), era stimata intorno ai 20 mila euro, ma al termine dell’asta il prezzo finale è triplicato.
L’opera fu una geniale intuizione di Manzoni, che attaccava esplicitamente il mercato dell’arte, disposto a comprare qualunque cosa purchè firmata.
Per chi fosse desideroso di conoscere meglio la vita e le opere di Piero Manzoni consiglio
di visitare il sito dell’Archivio Opera Piero Manzoni.
Un nuovo museo: lo studio Achille Castiglioni
21 novembre 2005
Lo studio di Achille Castiglioni, uno dei più celebri designer italiani scomparso tre anni fa, diventerà un museo. I visitatori potranno vedere esposti tutti i disegni, i modelli, i libri e gli attrezzi da lavoro che il grande designer ha utilizzato nei suoi 60 anni di attività.
La realizzazione di questo museo, che si trova in piazza Castello 27 a Milano, è stata possibile grazie ad Irma Castiglioni ed alla collaborazione della Triennale di Milano.
(via domus web)
Mended Veil, i monili portasfortuna
19 novembre 2005
I gioielli firmati Mended Veil potrebbero essere venduti nelle boutique più chic dei quartieri alti, tipo Barney’s, se non fosse per i motivi grotteschi e lugubri che animano le collezioni e destano qualche perplessità. Le figure più ricorrenti e caratterizzanti sono teschi, teste di animali e cristalli, tutti elementi ben distanti dai classici e scintillanti diamanti e dagli eleganti giri di perle. Una tra le più riuscite collezioni di collane vanta il nome di “Bad Luck Charm”, e cioè monile della cattiva sorte, e propone una serie di gioielli molto creativi che rimanda ad oggetti dalla connotazione decisamente negativa. Un’altra collezione definita, invece, “Earth Street Trash”, letteralmente “Rifiuti di strada della Terra”, presenta una serie di bracciali realizzati a partire da scarti di oggetti e materiali come la gomma, lattine e mozziconi di sigarette. Il marchio si sta affermando sicuramente per il suo essere alternativo e controtendenza, ma anche perchè al di la dell’estetica, i gioielli proposti sono sempre carichi di significati, creatività, ironia. L’ultima collezione include “Kitchen Panic”, che utilizza elementi tipici della cucina, tra cui i filtri dei lavandini… ovviamente molto costosi…
Con Nan Goldin nel Giardino del diavolo
18 novembre 2005
Fino al 12 Gennaio 2006 presso il Museo d’Arte Contemporanea “Il Castello di Rivoli” a Rivoli, Torino, sarà possibile visitare la retrospettiva fotografica sull’opera di Nan Goldin dal 1970 ad oggi. La mostra si intitola “Il Giardino del Diavolo” e conta più di trecento fotografie scattate dall’artista statunitense durante la sua carriera e si divide in quattro sezioni principali. La prima parte è dedicata alla serie “Draq Queen” fotografie in bianco e nero che risalgono agli anni settanta, la seconda presenta “The Cookie Mueller Portfolio” la fase a colori che si sviluppa tra il 1976 e il 1990, la terza riguarda la proiezione di diapositive del ciclo “The Ballad of Sexual Dependency (‘81-’96). Esiste, inoltre, una quarta sezione dove viene presentato “Heart Beat” del 2001, il nuovo ciclo di lavori accompagnati da una colonna sonora intensa e struggente interpretata da Bjork. Proprio in questa produzione più recente è possibile intravedere una nuova fase dell’artista, forse meno tormentata, ma comunque intensa ed emotivamente toccante.
Sono istantanee che riprendono la vita reale, quotidiana, ma questa volta i soggetti preferiti non sono più solamente draq queen, artisti, amanti etero o omosessuali, sono per lo più amici accompagnati dai loro bambini. Questi ultimi hanno suggerito all’artista un equilibrio e una calma interiore che traspare in un’opera più spensierata e le hanno permesso di recuperare parte di quella innocenza e purezza che è tipica dei bambini, e consente di guardare la vita in una prospettiva diversa, ma non per questo meno carica di intensità emozionale.
Pete Doherty, oltre la droga e Kate c’è molto di più
17 novembre 2005
Cosa può accadere quando il più controverso degli stilisti con il pallino della fotografia incontra il più ribelle e talentuoso musicista rock? Bè, il risultato non può che essere la nascita di un vero e proprio “cult”, meglio se intitolato “London Birth of a Cult”.
Il libro presenta una raccolta fotografica realizzata dallo stilista di Dior Homme, Hedi Slimane, che ha seguito per due anni Pete Doherty, nei The Libertines fino al 2004, ed ora leader carismatico dei Babyshambles. In questi ultimi anni il rocker maledetto è stato perseguitato dalla stampa ed accusato di furto, detenzione di armi, e di aver avuto un passato nella prostituzione e un presente, come hanno ricordato le recenti vicende, nella droga e negli eccessi. Ma tutto questo rischia di mettere in ombra quello che è il suo vero talento e la sua vocazione, cioè scrivere ed interpretare musica, della buona musica, come non se ne sentiva da tempo. In un mercato dominato dalla mediocrità e da talenti artefatti o peggio, creati a tavolino, Doherty rappresenta l’autore con la A maiuscola, il frontman carismatico, il poeta sfrontato, e non sembrano azzardati i commenti che lo celebrano come artista capace di assumere in sè la vena di Dylan, Bowie e Rimbaud per le sue doti di poeta maledetto e tormentato, capace di leggere ed interpretare il suo tempo e trasformarlo in note.
L’ultimo album dal titolo “Down in Albion” in uscita il 14 Novembre ha già ottenuto consensi dalla critica ed è da molti celebrato come un autentico capolavoro. A tutti coloro che si sentono ancora orfani del rock vero e della musica d’autore, non possiamo che consigliare i Babyshambles, la nascita di un cult, ovviamente Made in London.
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Dicono che l’arte non ha prezzo…
15 novembre 2005
Il dipinto “Homage to Matisse” di Mark Rothko ha stabilito il nuovo primato di vendita di un quadro dal secondo dopoguerra. L’opera è stata battuta all’asta da Christie’s a New York, arrivando ad una valutazione finale di 22,4 milioni di dollari. Mark Rothko, morto suicida a 67 anni nel 1970, è senza dubbio uno dei pittori più celebri del dopoguerra.
Detta in due parole (ma proprio due parole…) la sua ricerca si è concentrata sulla rappresentazione di un nuovo concetto di spazio visuale, attraverso la totale rinuncia alla figurazione, alla forma e alla struttura del dipinto, in favore dell’elemento cromatico, del colore allo stato puro.
Consapevole della scarsa qualità della descrizione di cui sopra,consiglio, per chi vuole saperne di più, una visita alla sezione dedicata a Rothko nel sito della National Gallery of Art di Washington.
La guerrilla degli stores è tra noi
15 novembre 2005
E’ iniziata la silenziosa rivoluzione del retail, un modo altamente innovativo ed alternativo di concepire la distribuzione. La strategia prende forma e vigore ancora una volta dalla mente geniale e lungimirante di Rei Kawakubo, fondatrice del marchio Comme des Garcons, e trova altri fedeli adepti in diversi marchi che amano altrettanto innovare e creare nuove forme di comunicazione e distribuzione.
I Guerrilla stores sono negozi situati in zone distanti dai centri urbani o dalle vie della moda più commerciali, i luoghi scelti non sono modificati con progetti di interior design ma vengono vissuti per come/dove sono mantenendo intatto il loro aspetto estetico ed architettonico. I capi che si possono acquistare provengono da collezioni vecchie e nuove di Comme des Garcons ed altri marchi alternativi e sono esposti alla rinfusa senza seguire criteri di ordine estetico o suddivisioni tra capi uomo e capi donna. I Guerrilla stores restano aperti solo per un anno al termine del quale vengono chiusi anche a fronte di risultati economici positivi.
Questo nuovo modo di distribuire i propri capi non rappresenta solo un’alternativa strategia di retail ma costituisce una vera e propria forma di comunicazione. Con questo modo veloce di aprire e chiudere i punti vendita, di essere presenti in luoghi poco accessibili delle città, di essere poco pubblicizzati ma in maniera efficacissima con tecniche di passa parola o utilizzando il web, si crea una sorta di evento itinerante, continuo, veloce, che è tipico delle guerriglie di oggi o dei movimenti no-global. E non è più il marchio che si propone insistentemente al consumatore ma è proprio quest’ultimo che, incuriosito, va alla ricerca del proprio stilista preferito, lo insegue e si tiene aggiornato sui movimenti degli stores.
Il primo Guerrilla store aperto a Berlino, ha occupato una ex libreria con costi contenuti, spese ridotte al minimo, comunicazione basata sull’attesa, sul concetto di sorpresa e una campagna pubblicitaria del costo di soli 2500 dollari in manifesti.
I Guerrilla attualmente aperti si trovano nelle città di Reykjavik, Colonia, Singapore, Hong Kong, e Copenhagen, ma affrettatevi perchè alcuni resteranno aperti ancora per poco, perciò tenete d’occhio il sito guerrilla-store.com e non disperate se non vivete nei centri della moda per eccellenza, perchè i prossimi stores potrebbero aprire non lontano da voi.