Underwork – recensione
27 gennaio 2009
Underwork. Sul palco dell’Astra tre figure sedute, sguardo fisso, annoiato, sembrano quelle persone che si incontrano ai colloqui di lavoro, che aspettano, aspettano, aspettano. E poi tre galline. Proprio così, tre galline vere, sul palco, che appaiono un po’ spaesate, intimorite, ma forse neanche poi così tanto…
Riflettono bene il senso recondito di Underwork, piéce messa in atto dai Babilonia Teatri, una sorta di sospensione alterata di un tempo di mezzo in cui i giovani, in particolare quelli del nord-est, se stanno a mollo in vasche annaspando tragicamente nel vortice dell’incertezza, ma allo stesso tempo fanno anche l’idromassaggio, stappano bottiglie di champagne, si scolano cocktail di tutti i tipi e puntano a “stare a galla”.
Il precariato certo è una piaga sociale tanto proclamata, quanto sentita e rimbalzata dai media in faccia ai trentenni di oggi, ma a pensarci bene non è poi così un dramma, potrebbe esserci di peggio.
Il ritmo usato per sottolineare la ridondanza del tema è ben veicolata da soliloqui portati avanti a tre voci in cui vengono sciorinate parole a fiumi, sottolineati luoghi comuni, delineati stereotipi, riportate alla mente figure del passato, programmi, canzoni, prodotti degli anni ‘80, gli anni in cui è stata svezzata la generazione dei precari di oggi. Colpa della Coca Cola? Colpa di colpo grosso? Colpa della società del consumo a tutti i costi? Chissà.
Underwork non giudica, non trae conclusioni, non propone soluzioni, ma racconta, in modo divertito e disincantato, un punto di vista tra i mille possibili. E in fondo cosa c’è da spiegare quando nulla ha più alcun senso?
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