Cinema: una carriera da Leone d’oro
5 settembre 2007
Le terre emerse esplorate dal cinema forse sono senza confini. Ma di sicuro ci sono degli imperi al loro interno. Degli imperatori. Dei paesi delle meraviglie. Molte Alici, che non guardano solo gatti e stregatti, sedute nel buio, al di là dello schermo. E’ così che di fronte a certi film si sentono gli spettatori, non si può negarlo. Come Alice, nel buio. Portati fin sulla cornice luminosa su cui passano le immagini. E questo succede inevitabilmente quando, come spettatori, si arriva fin sulla porta dell’impero di Tim Burton.
Meno di cinquant’anni di vita e molte vite per un imperatore che conosce ogni angolo del suo regno: produzione, sceneggiatura, recitazione, regia. Timothy William Burton, nato a Burbank in California, cammina allegramente, da anni, sul filo sottile tra arte e industria. Anzi, sembra che ci danzi sopra insieme alle molteplici creature che muove nell’occhio della macchina da presa e regala ai nostri occhi. Ma non dimentica mai che il cinema è industria. Che se il cinema non fosse industria non sarebbe cinema. Perché le favole, si sa, sono fantasia. Ma devono piacere ai bambini. Perché quando una favola non è ascoltata e raccontata, non esiste anche se è vera. Quando è raccontata e ascoltata invece, diventa vera per forza.
TIMMY, JOHNNY E CHARLIE
Non sono tre alternativi porcellini ma, come dire, una persona sola (anche se non Beetlejuice, spiritello porcello del 1998). Tre facce diverse della stessa medaglia, che nel film di Burton che adoro di più e cioè La fabbrica di Cioccolato (2005) giocano insieme in un continuo rimbalzo di identità. Il piccolo Charlie è uno dei cinque fortunati visitatori della fabbrica di cioccolato del lucidissimo pazzo Willy Wonka. Una volta dentro, agli altri quattro antipatici bambini verrà inflitto il castigo sulla base di un cioccolatoso, ma non meno dantesco metro del contrappasso. In un mondo dolce di zucchero filato, caramellone gommose e cioccolato per tutti i gusti è Timmy (Burton) che ci guida in un universo che stordisce e terrorizza, affidato alla gestione del suo specchio deformante Johnny, (Deep) che si trova a dover, per forza, fissare il suo riflesso negli occhi limpidi del bimbo Charlie. Non c’è esercito di Oompa Loompa canterini (in realtà tutti interpretati da D. Roy moltiplicato digitalmente per 165 volte) che tenga. Charlie non si fa incantare, né dalla fabbrica di cioccolato né dalla competitività degli altri bambini, perché sa che c’è un solo Willie Wonka che conti. Ed è sé stesso, il piccolo Charlie, che sopravvive suo malgrado nel cuore di un Johnny (Depp) che si riconosce autentico solo quando ritorna dal padre. Che è quel Timmy (Burton) che sta dietro la macchina da presa.
CADAVERICO TIM
Come dire che la morte non vi separi. Fisicamente (l’occhio non si limita a volere la sua parte ma va a cercarsela rimbalzando) e metaforicamente (non è la morte a decretare la fine di un amore). La bellissima Promessa Cadaverina è la più languida non viva dell’oltretomba burtoniano. Dolce e decisa come tutte le giovani innamorate. Allegra, anche. Come un cadavere. Come John Skeletron stanco di spaventare i bambini (Nightmare Before Christmas, 1993) che se non è morto è comunque il principe del mondo di Halloween concepito e prodotto da Burton ma diretto da Selick. O come i coniugi fantasmi alle prese con la famiglia di chiassosi e petulanti snob che hanno infestato la loro casa.
A pensarci bene però uno spirito furibondo e vendicativo, che non è per niente allegro c’è. Ed è il misterioso cavaliere di Sleepy Hollow. Ma qui si entra nel film di genere.
QUAL’E’ IL TUO GENERE?
Tim Burton si misura col genere come tutti quelli che trasgrediscono le regole perché le conoscono bene. Quindi c’è l’horror, di Sleepy Hollow (1999) il musical di Sweeney Todd (2007), e la commedia con Ed Wood (1994) e Mars Attack (1996).
Come dimenticare però quanto il genere fantastico deve al regista? C’è un motivo se Batman è arrivato sul grande schermo nel 1989 ed è anche ritornato, nel 1992. L’eroe in nero, la bionda da salvare, il mistero e l’orrore che minacciano Gotham city, hanno tutti il marchio indelebile di Tim Burton, in ognuna delle loro versioni. Il mio preferito però, all’interno del genere, è un eroe meno muscoloso e più tecnoumano. Più fragile, più perfetto. Edward mani di forbice (1990) rimane un capolavoro delicato scolpito nei cuori di molti spettatori. Winona Ryder porta a casa sua un ragazzo che è Pinocchio e un po’ Frankestein. Ma di sicuro un tesoro.
LA POETICA DI UN CINEASTA
Non ci dimentichiamo, naturalmente, le altre opere di Tim Burton, che vantano numerose recensioni bibliografiche e via web. Lo splendido Big Fish,(2003) o i precedenti Luau (1982), e The World of Stainboy (2000) in 6 episodi, sono solo alcuni esempi di una filmografia che vanta almeno 22 titoli di cui l’autore ha curato spesso più di un aspetto, anche se non necessariamente quello registico.
Stupisce un po’ ma non troppo che Burton venga premiato col Leone D’oro alla carriera a Venezia? Direi di sì. Un po’, perché il regista è giovane. Se è dagli anni ‘80 che si sente parlare di lui anche se la popolarità è arrivata successivamente, Tim Burton viene premiato accanto a Bernardo Bertolucci, che è in giro decisamente da prima. Ma non ci stupiamo in realtà. Perché quella che al cinema viene premiata come carriera è lo sviluppo coerente e sempre migliore di una personale poetica. Tim Burton ci ha abituati ad un mondo di favola in cui non stupisce affatto che morti e vivi ballino insieme, che gli spiriti bussino alla nostra porta, che gli scienziati creino fiabe viventi e che orchi e streghe girino assieme ai figli del Meridione d’America. Forse il discorso sull’autore è passato di moda ma, se non lo è, Tim Burton è un auteur nel senso truffautiano del termine.
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