Comunque c’è anche il documentario
1 ottobre 2006
Odessa (Italia/Francia 2006)
di Leonardo di Costanzo e Bruno Oliviero, prodotto da Nicola Giuliano per Indigo Film e Luc Martin- Gousset per Point du Jour.
sviluppato con il sostegno del programma Media dell’Unione Europea in associazione con Arte France e la collaborazione di Rai Cinema e il sostegno di Film Commission Regione Campania e della regione Campania
Quando hanno chiesto a uno dei due registi -come è stato lavorare in due? la risposta è stata -litigioso. Ma le cose vere si guardano con tutti e due gli occhi, in fondo. Quindi Odessa non è guercio. Non è parziale. E’ ruvido, intero e attenzione, non dissonante. Magari i due occhi erano di colore diverso, ma guardavano nella stessa direzione.
Dalla parte degli uomini per essere esatti. D’altronde non ha senso la politica, la vicissitudine Russia-Ucraina, la burocrazia e il politicamente corretto di fronte al vero abbandono. Non stiamo parlando di solitudine e malinconia, stiamo parlando di uomini abbandonati su una nave mercantile sequestrata dal tribunale, ignorati dalla loro patria e mal gestiti dal resto del mondo. Immobili in un porto, non autorizzati a tornare, non autorizzati a scendere. Là. Cibo, calore, stipendi? Ma figuriamoci. Mare sotto, ferro intorno. Fatica durissima per mantenere la nave, per non lasciare che il tempo la usuri. Perchè essere marinai vuol dire credere nel lavoro, essere sovietici significa credere alle promesse. E qualcuno aveva promesso loro che sarebbero tornati.
Così la macchina da presa segue i volti, le voci e interpreta le parole da sola, facendole diventare comprensibili, anche se sono in russo. Perchè dire la verità probabilmente non vuol dire parlare la stessa lingua.
Se vi capita guardatevelo e se non vi capita andatevelo a cercare. E’ un film prodotto con coraggio e sognato per il cinema come ha detto il regista. A volte il cinema non premia il coraggio di certi sogni. Però gli spettatori possono farlo sempre.
comunque c’è anche il documentario
…e onestamente non so da dove cominciare per parlarne. Documentario è una parola grossa. Un po’ perchè documentare mi sembra che faccia pericolosamente rima con dire la verità . Ci sono casi in cui è necessario dirla: ed è là che è veramente divertente mentire. Poi ci sono casi in cui è indifferente dirla o non dirla: allora perchè dirla?
in altre parole perchè uno si mette a girare un documentario? Perchè uno lo produce ? Perchè, si usano gli strumenti magici della finzione per dire la verità ?
In realtà se c’è qualcuno che gira o produce o ama il documentario,nei commenti ci saranno risposte interessanti a queste domande. Io posso solo dire perchè uno va a guardare un documentario. Uno cioè io. Perchè tra le panzane mi destreggio benone, e anche illusioni, false occasioni, oroscopi e pronostici, scuse e bocche chiuse sono solitamente abitudini rassicuranti.
La verità mi stupisce.
Quindi il documentario mi emoziona.
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7 ottobre 2006 alle 16:13
Documentare significa credere prima di dire, partetipare e coinvolgere, prima ancora di capire. Credere alle promesse o semplicemente rispettarne l’idea, rendendo la vita al limbo che ci guarda vivere, prigionieri di un universo di metallo che, piccolo o grande che sia, è pur sempre tutto ciò che sappiamo essere nostro. Odessa rappresenta il nostro mondo, ciò che ci vive dentro (o come direbbe Qualcuno addosso), un concetto a tutti comprensibile, in qualunque lingua possa venir detto.
10 ottobre 2006 alle 00:46
L’approccio neo realista dell’opera rimane in un equilibrio precario tra lo schema predeterminato della retorica documentaristica e il desiderio di lanciare un nuovo messaggio. Se infatti negli schemi della pellicola è possibile riconoscere ed isolare i tratti del testo come narrazione descrittiva l’approccio emozionale che vi si palesa porta con se l’inevitabile necessità di leggere Odessa come qualche cosa di più. E’ solo ad uno sgurado più accorto che il documento smette di essere solo un testo per divenire iper-testo come naturale evoluzione di una cultura che rifugge la globalizzazione ma ne assimila i linguaggi. Ipertesto come assemblaggio e interazione culturale, di linguaggi, di altri testi che alimentano un nuovo tutto dove il messaggio è al di fuori delle singole parti, è nel tutto che si compone. Ecco che allora non importa più sapere dov’è Odessa, non importa nemmeno avere visto questo filamato perchè esso diventa metafora del senso dell’abitato umano, o meglio dell’abitare umano inteso come civile convivenza e necessità di accordo e riunione di comuni intenti. Il monito finale non ha intenti propagandistici ne moralisti. E’ un invito alla prudenza, un inno alla speranza, è l’augurio di un padre per i propri figli.
10 ottobre 2006 alle 14:34
comunque scrivete delle cose difficili, ragazzi. vedere il documentario come uno specchio modellante della realtà (quindi che non la riflette e non la deforma) è forse una delle prove che frasi come -questo film non ha pubblico non si dovrebbero dire. grazie per i vostri commenti