Odessa (Italia/Francia 2006)
di Leonardo di Costanzo e Bruno Oliviero, prodotto da Nicola Giuliano per Indigo Film e Luc Martin- Gousset per Point du Jour.
sviluppato con il sostegno del programma Media dell’Unione Europea in associazione con Arte France e la collaborazione di Rai Cinema e il sostegno di Film Commission Regione Campania e della regione Campania

Quando hanno chiesto a uno dei due registi -come è stato lavorare in due? la risposta è stata -litigioso. Ma le cose vere si guardano con tutti e due gli occhi, in fondo. Quindi Odessa non è guercio. Non è parziale. E’ ruvido, intero e attenzione, non dissonante. Magari i due occhi erano di colore diverso, ma guardavano nella stessa direzione.
Dalla parte degli uomini per essere esatti. D’altronde non ha senso la politica, la vicissitudine Russia-Ucraina, la burocrazia e il politicamente corretto di fronte al vero abbandono. Non stiamo parlando di solitudine e malinconia, stiamo parlando di uomini abbandonati su una nave mercantile sequestrata dal tribunale, ignorati dalla loro patria e mal gestiti dal resto del mondo. Immobili in un porto, non autorizzati a tornare, non autorizzati a scendere. Là. Cibo, calore, stipendi? Ma figuriamoci. Mare sotto, ferro intorno. Fatica durissima per mantenere la nave, per non lasciare che il tempo la usuri. Perchè essere marinai vuol dire credere nel lavoro, essere sovietici significa credere alle promesse. E qualcuno aveva promesso loro che sarebbero tornati.
Così la macchina da presa segue i volti, le voci e interpreta le parole da sola, facendole diventare comprensibili, anche se sono in russo. Perchè dire la verità  probabilmente non vuol dire parlare la stessa lingua.

Se vi capita guardatevelo e se non vi capita andatevelo a cercare. E’ un film  prodotto con coraggio e sognato per il cinema come ha detto il regista. A volte il cinema non premia il coraggio di certi sogni. Però gli spettatori possono farlo sempre.

comunque c’è anche il documentario

…e onestamente non so da dove cominciare per parlarne. Documentario è una parola grossa. Un po’ perchè documentare mi sembra che faccia pericolosamente rima con dire la verità . Ci sono casi in cui è necessario dirla: ed è là che è veramente divertente mentire. Poi ci sono casi in cui è indifferente dirla o non dirla: allora perchè dirla?

in altre parole perchè uno si mette a girare un documentario? Perchè uno lo produce ? Perchè, si usano gli strumenti magici della finzione per dire la verità ?

In realtà  se c’è qualcuno che gira o produce o ama il documentario,nei commenti ci saranno risposte interessanti a queste domande. Io posso solo dire perchè uno va a guardare un documentario. Uno cioè io. Perchè tra le panzane mi destreggio benone, e anche illusioni, false occasioni, oroscopi e pronostici, scuse e bocche chiuse sono solitamente abitudini rassicuranti.
La verità  mi stupisce.
Quindi il documentario mi emoziona.