Io, l’altro (Italia, 2006)
di Mohsen Melliti, con Raoul Bova, Giovanni Martorana

Quand’è che si comincia a sospettare del proprio fratello di sventura?
Forse alla prima coincidenza: il nome del terrorista ricercato e la sua età  sono uguali a quelle del compagno di lavoro di una vita.
Forse alla seconda: il pezzo di giornale trovato nella tasca dell’amico parla della strage di Madrid, o forse di fronte alla capacità  del tunisino di comparire e scomparire come un fantasma, al suo lucido disertare la polizia o al suo crudele ributtare un cadavere in mare. Fatto sta che la spirale del sospetto, di scuola hitchcockiana, si stringe sempre di più, fino al collasso fisico e nervoso. Fino all’irreparabile. Ma è possibile che anni di lavoro fianco a fianco, di risate e bestemmie, di fatica e partite a carte, non siano serviti a conoscere il proprio fratello? Possibile che la sua incapacità  di sparare al momento buono, la sua presenza costante nel bisogno e il suo sangue fiero, così  simile a quello siciliano dell’amico, non siano stati in grado di fermare la paura insinuata nel cuore da una notizia del telegiornale radio?

Splendidamente fotografato da Maurizio Calvesi il film forse si chiude in modo affrettato, ma è anche vero che certe azioni hanno delle motivazioni e non hanno scusanti. Melliti lascia così il suo protagonista sotto il sole, sul mare, disperato. E lascia allo spettatore la facoltà  di perdonarlo, se gli riesce.