Io sto bene (Italia, 2007)
di Davide Rizzo, con Adam Selo

E’ la storia di un uomo e di un tavolo. Di un orologio che non si vede e di un caffè sul fuoco.Una colazione infinita perchè non c’è tempo di farla e una bugia confortante quando c’è bisogno di dirla.
Davide Rizzo gira nodi alla gola. Alcuni, seguendo Adam Selo nei suoi mugugni e stiracchiamenti mattutini o nel suo risucchio rumoroso del caffè, si trasformano in ghigni di riconoscimento. Altri diventano vere e proprie risate sopra la voce professionale con cui il protagonista parla al telefono grattandosi vicino al bordo del pigiama. Ma ce ne sono alcuni che restano impigliati e rimangono in gola, scomodi.Questo non vuol solo dire che abbiamo un film vero, sotto gli occhi. Significa anche che ci accorgeremo di deglutire, d’ora in poi. Ogni volta che ci chiederanno: come stai?

Tre domande al regista e due all’attore

Cosa dici dell’inquadratura e dell’audio?
Dico che l’inquadratura è deformata e l’audio non è stato pulito. Un po’ perchè Adam è schiacciato da tutto. Dalla realtà , dalle domande pressanti di Carlo, dal tavolo. Adam occupa metà  dell’inquadratura e tutto gli si rovescia addosso. Ma il motivo per cui ho così schiacciato l’inquadratura è anche la voglia di esplorare questo digitale, di vedere quali sono le possibilità  che un formato nato per emulare i 35 mm,in realtà  è il grado di darci. L’audio non pulito è parte integrante della costruzione di questo mondo sott’olio,ovattato. Così ci si trova a galleggiare dentro la vita.

Il tuo film è descrizione o denuncia di un mondo contemporaneo?
Diciamo che il tavolo è protezione, e nascondiglio allo stesso tempo. Quello che volevo fare era mostrare il lato oscuro di una realtà  banale che può diventare dura e micidiale. Quindi, è vero che descrivo la realtà  dell’uomo occidentale che, proprio nel momento in cui ha meno tempo si attarda all’infinito, ma dico anche che è già  il mattino che muore,perchè ci coglie svegli ma rotti. E il mattino di cui sto parlando è quello che ci riguarda.

I tuoi film e il tempo. Il tempo del tuo cinema ricalca il tempo dell’epoca o il tempo che sta scorrendo via nell’immediato?
Il tentativo è quello di porsi al limite tra i due. Di raggiungerlo in un certo senso. Ne L’Abbaglio ho usato il montaggio che ha dilatato il tempo ed è riuscito ad espandere il cortometraggio. Stavolta l’allargamento è interno alla storia. E’ nell’auto-inganno. Io sto bene è una bugia che viene rubata al tempo. La frase di Adam “maledetto te che mi ci fai pensare” è come dettata dalla rabbia di dover occupare il tempo con questo pensiero. Come se lui, davvero, avesse di meglio da fare.

Adam, come è stato interpretare questo personaggio? Tieni bloccata la macchina da presa solo su di te, sei il protagonista assoluto: cosa ti aspetti che lo spettatore faccia, guardandoti?
Diciamo che il lato dell’immedesimazione è importante, perchè questo è un personaggio che è un po’ me, un po’ stesso e un po’ tutti noi. Ho provato a riguardarmi, sforzandomi di vedermi come un esterno, mi sono fatto ridere: tutti noi quando non siamo spiati abbiamo dei comportamenti stupidi, o ridicoli. Se il personaggio fosse stato in compagnia di un altro, di chiunque altro sarebbe stato diverso. Tanto è vero che quando risponde fa finta di essere diverso, forte però del fatto che chi lo chiama non lo può vedere.

Ma la macchina da presa ti vedeva.
Ed è qui che è stato il bello, e il difficile. Convincersi di non essere spiato quando sei ripreso.Ho tirato fuori il me dei momenti di privacy, se vogliamo, che se risulta credibile è perchè non è ostentato. Quel che succede allo spettatore è strano. O si immedesima, e allora ride,o fa esattamente quello che faccio io nel film. Aspetta. Ma questo non è immedesimarsi?