L’amico di famiglia (Italia 2005)
di Paolo Sorrentino, con Giacomo Rizzo, Fabrizio Bentivoglio, Laura Chiatti, Gigi Angelillo

Niente male
Chi è buono, chi è cattivo. Chi è bello e buono? Chi è bello e basta? E soprattutto, se i buoni muoiono bambini, chi è il più cattivo? Geremia de’ Geremei ha settant’anni. Di professione ributtante sarto. Di passione orribile usuraio. Per hobby infermiere, di una madre paralizzata e abbastanza insopportabile.
Vive in una cittadina dell’Agro Pontino e si trova a trattare con gente di tutti i tipi. Spose puttane, padri delle spose drogati di apparenza, vecchie giocatrici, suore corrotte,loschi uomini d’affari. Ma l’usuraio è talmente brutto, talmente ripugnante e così imbarazzante nella sua corruzione che quasi non ci accorgiamo di tutti gli altri. Non lo perdoniamo se si innamora. Non facciamo caso alla sua, anche se opinabile, saggezza popolare.
Paolo Sorrentino torna a visitare gli abissi della coscienza, e mette in scena un brutto anatroccolo dove non ci sono cigni. Come a dire che sarebbe bello se tutti portassimo addosso, ben visibili, i segni del marcio che teniamo dentro. Sarebbe più facile, se il lupo cattivo avesse le unghie lunghe e sporche di Geremia, il suo incedere sciancato, la sua pelle raggrinzita. Invece non è così, ma bisogna stare attenti a non confondere mai l’insolito con l’impossibile. Da tenere a mente. Sono i consigli di un usuraio.
Sorrentino sa fare tante cose: dirige con sicurezza la macchina da presa, ha l’occhio per gli attori, il gusto per le vicende che frugano in profondità  e sa giocare in campo e fuori. Ma soprattutto sa scrivere. E questo nei film di casa nostra fa la differenza.