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Il merito maggiore del cinema è sapere incastrare lo spirito del suo tempo. Rifletterlo e modellarlo. Catturarlo e restituirlo alla realtà, in modo che lo spettatore si riconosca nella cultura che ha prodotto il film e continui a modificarla dando al cinema altro da raccontare. Quando non riesce a tradurre il suo tempo in immagini il cinema fallisce? Per me sì. Per questo dedico uno spazio al tempo che il cinema è riuscito invece ad incastrare attraverso la macchina da presa di autori a volte conosciuti, a volte meno. Ma sempre in grado di lasciarci opere dedicate a dipingere un’epoca.

Marco Tullio Giordana nasce a Milano, il 1 ottobre 1950. Studia Lettere e Filosofia, ma abbandona la facoltà per dedicarsi alla pittura, finendo poi per accostarsi al Cinema. Giordana è reduce da intense esperienze politiche vissute nel corso degli anni Sessanta e questo fil rouge si snoda attraverso tutti i suoi film. Nel suo debutto Maledetti vi amerò (1979) che vince il Festival di Locarno, il regista presenta la generazione del ’68 sospesa tra terrorismo ed illusione, per poi raccontare i terroristi de La caduta degli angeli ribelli (1981). Il bellissimo I cento passi (2000) consacra Luigi Lo Cascio nel ruolo di Peppino Impastato, capace di trasgredire alla dominazione mafiosa, e viene premiato a Venezia. Ma è il 2003 che vede impegnato Giordana nella regia di un film per la televisione, (poi rubato al piccolo schermo dal cinema) sceneggiato da Sandro Petraglia e Stefano Rulli. La meglio gioventù – titolo di una raccolta di poesie friulane di Pasolini, ma anche di una vecchia canzone degli alpini- è l’istantanea di una generazione contraddittoria, sognatrice, ingenua, violenta e inopportuna, però mai rassegnata. Una generazione che, a suo modo, coi suoi mezzi, ha cercato di cambiare il mondo.

Il meglio che abbiamo: Nicola, Matteo, Giovanna e Francesca Carati. E poi Giorgia, Mirella, Giulia e Carlo. Il bellissimo Alessio Boni non è capace di mettere insieme tre parole senza scattare e insultare il suo prossimo, si innamora praticamente solo una malata psichiatrica, passa la vita completamente solo in cerca di regole ma senza saperle rispettare e respinge tutti, soprattutto quelli che gli vogliono bene. E la sera di Capodanno si ammazza, dopo essersi reso conto di non saper chiedere scusa e aver dato da bere alle pianticelle sul terrazzo. Matteo, uno straordinario Lo Cascio pensa che tutto sia bellissimo e che la vita vada vissuta amandone ogni attimo, pulendone lo sporco e non arrendendosi mai. Diventa il medico che tutti vorrebbero avere e raccoglie i pezzi della sua famiglia, di volta in volta. Non riesce ad intrappolare le persone che ama nel suo amore e le lascia tutte uscire dalla stessa porta, una per volta, incontro al loro terribile destino. Nicola lo guarda prima di tornarsene sul suo terrazzo. Giulia anche, prima di imboccare la strada segnata dalle Brigate Rosse. La pianista bionda, madre della figlia di Matteo e suo grande amore, segue l’idealismo violento e terroristico del suo tempo, e passa lunghi anni in galera. Le sorelle Carati, una magistrato negli anni di piombo e una moglie di un ostaggio terroristico, o vivono la vita a metà delle donne costrette a fare un lavoro da uomini come Giovanna, o quella tremenda di chi ha sposato un coraggioso. Pronto a morire se serve. Ma in questa gioventù c’è soprattutto Giorgia. Matta. Bella. Con quella capacità di esasperare e di capire che hanno solo i disturbati. E’ lei il detonatore dell’esplosione nei cuori dei due fratelli. E Mirella, il suo alter ego paziente, è quella che in tempi diversi, restituisce loro la pace.
Ci sono anche i figli di questa meglio gioventù che alla fine del film comincia ad avere i capelli grigi. Chissà cosa hanno imparato, si chiede Giordana.

Lungo, spesso contemplativo. Poco d’azione e molto di reazione, come insegna la migliore cinematografia italiana. Molte parole, spesso inutili, prima di arrivare al punto. E il punto potrebbe essere nelle parole di Giulia Non lo faccio perché non sono abbastanza brava. E siccome non si può essere un po’ bravi, non lo faccio. O in quelle di Matteo Era la mia idea di libertà. Pensavo che ognuno avesse diritto di vivere come voleva. Ma che libertà è morire? Poi però la psicotica, squilibrata Giorgia mette un disco nel juke box e guarda in macchina. Ecco il punto.