Il grande silenzio (Germania, 2005)
di Philip Groning.

E’ un grande film. Solo per come è nato. Fin da studente Philip aveva avuto un’idea per il suo documentario. Voleva andare a ficcare il naso nel monastero di Grenoble, dove i monaci vivono in completo ritiro e silenzio, vedere se fosse rimasto qualcosa da vedere nel momento in cui le parole non fossero più d’aiuto. Al primo contatto i monaci non dissero nè sì nè no. Dissero qualcosa come – forse, un giorno. Ci facciamo vivi noi.
Il sì è arrivato quasi vent’anni dopo.
C’è qualcosa da vedere. Molto da ascoltare. 162 minuti in cui si fa a tempo ad addormentarsi e a svegliarsi più volte, e ogni volta più dentro, ogni volta più assorbiti dalla spirale bianca e luminosa di una pellicola che non ha niente da dimostrare e molto da mostrare.
E’ spirituale, non dico di no. Ci sono i monaci che guardano stupiti la macchina da presa, ci sono i cappucci bianchi, il lavoro quotidiano, lo studio, le preghiere. Ma il tutto ha una sua grande potenza.

(Niente domande, niente bugie. Per una volta un documentarista  è “ per definizione il massimo dell’impiccione – l’ha capito e sfruttato.)