Ramiro
8 marzo 2007
Ramiro
di Adam Selo, con Giovanni Méndez Ayala
Messico da giovane perchè il Messico è capace di rimanere giovane, soprattutto mentre invecchia. Messico che lavora ma senza l’ansia del tempo, visto che il tempo gli appartiene .Questo perchè se sei messicano, e sei bambino, hai le manine ruvide e il sole negli occhi, sai che c’è da lavorare e che ci vuol poco a far suonare un carillon. Se c’è il tuo albero da qualche parte, basta un regalino dal negozio del ferramenta e una corsa incontro al gioco. E la feria è già arrivata.
Selo gira un dipinto a colori vividi e caldi, dove la luce si solleva e spinge con forza gli elementi verso il centro dell’inquadratura. Ma è una luce che non acceca e non impolvera. Il quadro scorre, limpido e lineare, come i desideri dei bambini.
Il regista dice :
Un film che parla di bambini, ed è dedicato ai bambini. E’ rischioso.
Se vuoi dire che ho usato un bambino sapendo che niente intenerisce come i bambini, non stiamo parlando di rischio. E’ vero e basta. Ma il punto è che a me i bambini messicani hanno commosso . E mi hanno parlato, in maniera tanto limpida da non poter raccontare quello che avevo sentito, se non attraverso uno di loro. E’ vero che il bambino è una strizzata d’occhio allo spettatore. Ma è anche il veicolo migliore per parlare della sincerità che ho incontrato. E poi il Messico è bambino. Anzi, bambini. Dappertutto, in ogni momento della giornata: la vita dei messicani è sempre raccontata e circondata dai bambini. E se si vuole parlare di Messico, questa è una cosa che non si può ignorare.
Ci sono sorrisi, e sostanziale felicità nei volti delle persone che compaiono nel tuo corto.
E’ una cosa strana vero? A noi, abituati ad essere sempre scontenti, viene da dire: ma cosa avranno da ridere, questi? La faccenda però, da loro è diversa. E come se il valore principale della vita non fosse la ricerca della felicità . Non c’è niente da cercare, perché la felicità è già a portata di mano. Non dico che si accontentino, dico che si godono le cose. La compagnia, prima di tutto.Famiglie numerosissime con il gusto dello stare insieme. Poi, il riposo. La siesta, che nell’immaginario collettivo è pelandronite, è solo un momento di riposo assaporato, meritato e senza sensi di colpa. E infine il gioco. Ramiro gioca perché è un bambino, d’accordo, perché un bambino non può non giocare. Ma in Messico si gioca quando si parla, si gioca quando ci si ritrova e si gioca quando si deve “criticareâ€. Tutto è buttato sullo scherzo e sul gioco di parole. E’ una felicità fatta di momenti piccoli, d’accordo. Ma continui. Quindi è felicità alla portata di ognuno.
Questa luce particolarissima?
Io e Mattia Petullà ci siamo soffermati attentamente sulla preparazione dell’inquadratura, per non correre il rischio di ottenere un girato con colori troppo aggressivi. L’intensità dei colori che si vede nelle strade del Messico avrebbe finito col soffocarne la varietà , che è invece una componente preziosa dell’immagine.Per questo in camera, mentre giravamo, c’erano già impostazioni di de-saturazione, che in post-produzione sono state accentuate per rispettare il calore delle tonalità ..
Un’ultima curiosità …cosa vuol dire ahorita?
E’ una parola solo messicana. E’ un concetto messicano, ed è legato al tempo della loro vita di cui parlavo prima.Non è il corrispondente di ora, adesso. E’ piuttosto un sì, appena posso. La verità è che, se sto parlando a telefono con una amica messicana e qualcuno viene a chiederle qualcosa, lei risponderà “ti richiamoâ€, aggiungendo ahorita. Poi,magari sta al telefono con me un’altra mezz’ora, perché nel suo ahorita c’era, “ti richiamo il prima possibile, a seconda di quando mi andrà di farlo.†Quindi,nel corto, il cartello appeso fuori dal ferramenta significa: ritorno il prima possibile, compatibilmente con quel che va a me. E’ affascinante. Il tempo in funzione della vita e non la vita in funzione del tempo.
Qui c’è il link per vedere Ramiro.
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9 marzo 2007 alle 02:21
Come al solito intervista super fedele…volevo solo specificare che senza il grande apporto di Hugo Leyva Sanchez (cosceneggiatore e produttore esecutivo) e Mattia Petullà (fotografia montaggio e tanto altro) questo lavoro sarebbe stato impensabile…come al solito da soli non si è nulla.
Adam Selo
9 marzo 2007 alle 12:19
Seguo da tempo il lavoro di Selo e lo ritengo una interessantissima realtà indipendente soprattutto per la sua capacità di variare i toni da un lavoro a l’altro si dal punto tecnico che narrativo.. Ramiro mi ha incantato per la sua poetica a tinte pastello, magico e innocente…
9 marzo 2007 alle 19:45
Un Messico verace si materializza sin dai primi secondi di luce, terra e colori. Ramiro è lontano dalla retorica del sentimentalismo perché è sincero e positivo: Selo non ci viene a raccontare di bambini maltrattati del terzo mondo, vuole solo spostare il suo sguardo un po’ più in là , a cercare la poesia. Il tutto sorretto da una solida perizia tecnica. Ramiro è un piccolo dipinto virtuoso. Di quelli che immancabilmente fanno scattare la suoneria della cellula fotoelettrica in una sala di esposizione.
15 marzo 2007 alle 13:41
Quando due persone vanno in Messico per costruire le fondamenta di un progetto ducumentaristico insieme a un prezioso collaboratore messicano e tornano a sorpresa portandosi dietro anche un cortometraggio di finzione, allora vuol dire che la loro idea di cinema si è sposata con un “esperienza” ancor prima che con un copione, con una troupe di professionisti, con dei soldi, soldi che quando hai il Sole e il Messico e la tua macchina da presa, non sono più così rilevanti.
Sulla fotografia di questo corto vorrei aggiungere infatti che oltre alla scelta insieme ad Adam dei toni, del mondo, prima più reale, poi via via, sempre più immaginario che volevamo rendere ai fini della storia, ci sono stati altri due fattori rilevanti per il mio lavoro.
Il primo quello di girare col sole. Nel vero senso della parola. Girare grazie alla luce del sole, girare in base al movimento del sole nell’arco della giornata. Scegliere le locations e compilare il piano di produzione del film, in base agli orari e di nuovo quindi al movimento del sole. Arrivare in un posto per un fotografo vuol dire anche notare come quella città è stata pensata e costruita in relazione al movimento del sole, “Vedere” come quel popolo dipinge le facciate delle proprie case, elementi questi, che insieme all’allegria delle persone, alla tequila e tutto il resto ti aiutano a comprendere quel popolo e viverlo.
L’altro elemento è una cifra culturale importante trovata in messico (come in altri paesi
non così SVILUPPATI come il nostro) cioè quello della gente che vive la strada vive per strada. In quest’ottica la presentazione iniziale è una congerie di facce, di soste, di mansioni rubate a volte del tutto alle persone, a volte chieste alle persone, a volte ottenute grazie alla vanità che giustamente la presenza della macchina da presa può stimolare nelle persone, portandole, una volta che sono certe della buona fede di chi riprende, a mostrarsi “facendo finta di non essersi accorti di niente”.
L’idea registica che ha stimolato molto il mio lavoro di montaggio invece, proprio nella presentazione, è quella di creare un contrasto tutto interno al film, proprio del film, tra la presenza irriducibile di un humus sociale come quello messicano dotato di un disordine organico , fisiologico, e il desiderio del regista di voler comunque scegliere una storia tra tante, isolarla grazie alla potenza del ritaglio cinematografico, che partisse da una realtà caotica, per arrivare ahorita, alla purezza della poesia.
Un giorno Adam in montaggio mi ha detto: il vero film sarebbe ripartire ogni volta dalla fine per raccontare ogni volta la storia di uno dei tanti personaggi che vediamo all’inizio…
15 marzo 2007 alle 18:51
grazie di cuore per il tuo commento
15 marzo 2007 alle 22:53
Infatti la prossima volta raccontiamo la storia di un uomo che vende pollo sotto il sole ogni giorno, fino a quando una coppia di italiani che portano il cinema nel mondo gli offre l’occasione della sua vita…
Bravo Mattia. Stai al top.
24 marzo 2007 alle 23:36
lo rivedo a bocce ferme & pare il lavoro di un regista appena sbarcato dal magic bus che parla di felicità lontana dal denaro, compiacendosi di tinte pastello, argomentando che soltanto la conoscenza di ciò che appare diverso porta alla comprensione (& accettazione) del prossimo, crogiolandosi nel suo lavoro di squadra.
Il vero Adam Selo è un pedofilo comunista, trafficante di carillons, che accetta sottobanco tangenti dagli ambulanti di tacos & si commuove davanti alle vetrine dei touroperator travolti dallo tsunami?
26 marzo 2007 alle 18:22
apparte che o si è rotto il tasto della e sulla tua tastiera o la & non si giustifica, il tuo commento non adduce motivazioni plausibili alla tua critica, quindi non ha senso.
27 marzo 2007 alle 09:27
Adam la fai davvero quella del tipo che vende polli?E da quando ti sei dato ai carillons…
A parte gli scherzi,penso che sulla qualità di questo corto non si possa obbiettare alcunchè.Spendida la fotografia,suggestive le locations,pieni i volti.Aggiungo anche però,che il quadretto splendidamente descritto non mi basta più da te,Adam.
Mi stai abituando male,o viziando troppo…
Un abbraccio affettuoso
mrcoffee
27 marzo 2007 alle 23:31
Al contrario di Semenz, ritengo molto interessante il tuo intervento Jack, e vorrei approfondirlo magari in privato (se ne hai voglia). Forse è un film un po’spavaldo, di colui che vuole fare il figo quando torna in Italia dal Messico, smieloso e presuntuoso. In realtà non ho saputo fare di meglio e vorrei che tu magari mi potessi aiutare a dare la direzione giusta. L’unica cosa che mi chiedo è: se riesci a descrivermi così alla perfezione (non so come tu abbia fatto a sapere delle mie preferenze sessuali e dei miei traffici d’oltroceano) vuol dire che mi sei molto vicino…ma chi minchia è Jack?
18 maggio 2007 alle 07:07
“come al solito da soli non si è nulla.”
no infatti, è fondamentale essere figli di papà con tanti soldi e conoscenze e poi mettersi a fotografare gli straccioni perchè si è pervasi dai sensi di colpa
26 maggio 2007 alle 10:03
… o essere geni della lampada, così si usano i soldi dei quaranta ladroni.
27 maggio 2007 alle 17:37
genio, mi avveri un desiderio?
31 maggio 2007 alle 12:55
Caro Genio,
che triste e errata idea ti sei fatto di me… se conoscessi minimamente il mio campo sapresti come sia difficile arrivare a fine mese (non ci arrivo infatti)… ma a volte si sa bisogna pure dire qualcosa tanto per manifestare a caso il proprio ego…Ma io ti perdono bell’uaglion’…
10 luglio 2007 alle 02:08
Ciao Adam,
Gran bel film……
Mi e’ proprio piaciuto, stavo spulciando sul web e ho trovato questo squarcio di messico commovente.
Cmq nn ascoltare questi cialtroni e in culo alla balena.
ciao
17 luglio 2007 alle 16:35
l’ho visto e non mi è paicuto, anche se apprezzo lo sforzo.Credo sia un pò fuori dalle corde dell’autore che non mi pare sia riuscito ad evitare di cadere nelle trappole che un corto del genere comporta: ossia il pericolo di essere troppo mielosi e il rischio di fare una storia che si dovrebbe reggersi prevalentemente sulle sensazioni ma non ci riesce.
Non di mio gusto il montaggio. Bella la colonna sonora.
Nel complesso, coraggioso.