Tana libera tutti
16 novembre 2006
Tana libera tutti
di Vito Palmieri, con Eliseo Porcu, Mariagrazia Pinto, Alessandro Anella
Come dire che l’amore non è un gioco, ed è una cosa da bambini. Gli adulti sono solo piedi, mani e occhi, perchè la macchina da presa non è disposta ad alzare lo sguardo per troppo tempo. E’ concentrata sul cortile, sugli amici tutti intorno, su un sentimento ancora senza nome. E sulla solita paura e la solita voglia che ci prenda per mano.
lavorare con i bambini. Com’è?
Divertente e faticoso. Divertente perchè i bambini sono pronti a tutto, hanno una gran carica di energia ingenua e riescono a comunicare benissimo alla macchina da presa quelle cose che nella vita non cambiano mai. E’ per questo credo, che il film, incentrato unicamente sui bambini, parla con chiarezza anche al pubblico adulto Quante volte, anche da grandi, i ragazzi si trovano seduti ad una festa a guardare la ragazza più carina e spigliata, senza fare quasi niente per avvicinarla? La situazione è la stessa del cortile romano del film; ma sul viso di Emiliano i sentimenti scorrono puliti, senza filtro, e vengono regalati alla macchina da presa così come lui li prova.
però è un film.Non è vero.
Per questo è stato faticoso. Perchè io e Michele D’Attanasio, il direttore della fotografia abbiamo rubato tutta la verità possibile: in pausa, a pranzo, nei momenti di riposo, tenevo gli occhi aperti e spiavo i volti di Emiliano e Flavia. Rubavo i loro sguardi reciproci: prima di sottecchi e poi via via più diretti. Timidi, ma allo stesso tempo attratti magneticamente. Origliavo le confidenze di Flavia alle amichette, e le domande dei maschi a Emiliano. Logico che il film si nutre di finzione: ma c’è molta più verità di quello che si può pensare: tanto per dirne una Emiliano e Flavia, finite le riprese mi hanno chiamato dicendomi che si erano “fidanzati”!
come hai scelto i protagonisti?
La scelta è stata facile, nel senso che io li volevo proprio così. I bambini hanno meno maschere per forza di cose, quindi spesso sono esattamente come sembrano. Quando ho visto Eliseo ho capito subito che era il “mio” Emiliano: furbetto e timido, deciso e dolce. E per Flavia è stato lo stesso: bella ma non appariscente, solare e spigliata. I due hanno recitato mettendoci molto di loro stessi. Per questo ho scelto di girare in digitale: volevo avere l’opportunità di rubare tutte le occasioni di spontaneità a disposizione.
Questo quindi è il tuo modo di lavorare: rubare immagini dal vero che una volta montate regalano la finzione.
Dipende. Quando per esempio lavoro come aiuto regia mi comporto diversamente: precisione puntualità e chiarezza diventano le mie priorità. Ma dietro la macchina da presa quello che mi interessa è l’autentico. Lavoro sempre in collaborazione con gli attori perchè voglio tirar fuori quello che spontaneamente mi possono dare. Tendo a evitare il “fai così, vai di là , dì così: per fare un esempio: volevo girare una scena di nascondino? Il primo giro abbiamo giocato anche noi della troupe leggera. Io voglio far vedere quel che si vede girando con la macchina da presa dentro la scena. Non davanti.
Verità come parola d’ordine, quindi.
E collaborazione. Attori, regia e tutti i comparti direzionali come montaggio suono e gli altri devono lavorare insieme. Senza collaborazione non può esistere cinema.
Qui per vedere il film.
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17 novembre 2006 alle 00:01
Credo che l’approccio usato dal regista per un film di questo genere sia giustissimo ma non credo si possa parlare di verità come parola d’ordine, insomma è comunque cinema…e non si può cercare l’autentico dietro una macchina da presa. Che “rubare” alcuni momenti per cercare maggior spontaneità sia stato fondamentale (e lo è sempre) non significa aver raggiunto l’autenticità . Voglio citare una frase di Michelangelo Antonioni: ” Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è sempre un’altra più fedele alla realtà , e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima. Fino alla vera immagine di quella realtà , assoluta, misteriosa, che nessuno vedrà mai” (1964). A parte questa precisazione legata prettamente ad un discorso di concetto, ho gradito molto il film di Vito Palmieri, che è riuscito a toccare in maniera discreta le corde emozionali di noi adulti nostalgici e sicuramente quelle dei più giovani. Più che un film sui bambini è un film su tutti noi, sulle nostre insicurezze, sulle meccaniche di certi nostri comportamenti e soprattutto sui sentimenti. Genuino e appassionato, un bel film. Ciao Vito.
17 novembre 2006 alle 14:38
se ti sentissero De Sica e Zavattini…
17 novembre 2006 alle 16:15
Nel periodo neorealista quella era per di più un’ esigenza e un modo di restituire un certo dato di quella realtà che era sotto gli occhi di tutti. De Sica e Zavattini volevano aderire il più possibile a quella realtà ma di sicuro non erano così ingenui da credere di aver svelato l’autentico. Quando si tratta di cinema si parla sempre di una convenzione di realtà e mai di realtà assoluta. Nemmeno i cosidetti reality possono sperare di raggiungere quella che è e sarà sempre un’utopia. La realtà assoluta non esiste, e nemmeno la verità assoluta. Su questo concetto ci sono due film esemplari: “Rashomon” di Akira Kurosawa del 1950 e “La montagna sacra” di Alejandro Jodorowki del 1973. Buona visione.